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Processo alla telepolitica

Edoardo Novelli mette sotto processo la politica televisiva chiamando a difenderla, in un teatro Carignano pienissimo, Giovanni Floris. L’impresa è ardua ma lo sforzo del giornalista di Ballarò è apprezzabile. I principali capi d’accusa sono l’assassinio del discorso politico, il sequestro del leader, l’adulterazione del dibattito politico a fini spettacolari e l’indebita appropriazione della rappresentanza da parte della tv. Le prove che Novelli porta al cospetto di Floris sono spezzoni di video delle teche Rai delle Tribune Elettorali e di vari dibattiti politici ai tempi in cui la televisione era fatta di parole, pause e pacatezza. A dominare erano le ideologie e i politici erano a disagio davanti alla telecamere e c’era una certa reticenza nel fare della tv uno spettacolo. È evidente il parallelo con la situazione odierna in cui a dominare sono le immagini, un linguaggio spesso aggressivo e banalizzante, la spettacolarizzazione del dibattito politico e la messa in scena del privato.

Floris difende strenuamente il suo lavoro, il giornalismo televisivo sottolineando come la tv non sia la causa dell’impoverimento culturale bensì l’effetto. Il vero problema in Italia sarebbe piuttosto un problema di mercato, ovvero la presenza del duopolio Rai-Finivest, in questo momento riconducibile ad un’unica personalità, e la conseguente mancanza di pluralismo. Per Floris la televisione non va demonizzata. Va anzi utilizzata riconoscendone la potenzialità democratica di raggiungere i grandi pubblici. Il tentativo deve essere quindi piuttosto quello di utilizzarla per cambiare, per costruire un medium diverso, per diffondere un’informazione e una cultura diversa, per un Paese diverso.


Tessere la rete della democrazia

Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano online, dopo 25 anni di giornalismo tradizionale ha scelto la rete per fare informazione.
La specificità del web per Gomez sta innanzitutto nella potenzialità partecipativa: la possibilità di commentare, contestare, aggiungere, contraddire. “Se hai qualcosa da dire dilla sul Fatto quotidiano” vorrebbe diventare il motto della testata online.
Ovviamente però bisogna avere il coraggio di affrontare il dialogo aperto coi propri lettori e questo non è poi così scontato. Soprattutto in Italia dove Internet è ancora poco diffuso per ragioni principalmente economiche e politiche.
La rete, infatti, agevola la diffusione gratuita di contenuti, che spesso sono gli stessi della tv. Mediaset, ad esempio, proprio per questa ragione è in causa con Google per difendere i suoi programmi dalla diffusione su Youtube. È invece illecito ogni tentativo di limitare il diritto di cronaca, rivendicando i diritti anche su brevi spezzoni di programmi che hanno l’intento di criticare o svelare ‘bufale’.
Un altro punto a favore del web è l’impossibilità di nascondere le notizie, grazie alla molteplicità delle fonti e dei canali, in questo senso i social networks svolgono un importante compito nella condivisione e la diffusione delle notizie.
Infine la rete si differenzia dalla carta stampata e dalla tv in quanto capace di tenere memoria degli articoli, grazie alla presenza degli archivi online.
Un aspetto negativo, invece, è la diffusione di bufale che possono avere una certa risonanza, ma è vero anche che la stessa rete finisce per cancellare.
Concludendo quindi Internet non può essere, secondo Gomez, un mezzo di distruzione di massa come la televisione in quanto contiene in sé gli anticorpi per i suoi stessi mali.
Il web è quindi il medium più democratico, ma sebbene sia positivo il diffondersi di forme di giornalismo partecipato, è necessario che rimangano sacche di giornalismo professionistico, garante di un informazione completa e documentata.


Risorgimento e Antirisorgimento

Uno tra gli appuntamenti più attesi della terza giornata di Biennale Democrazia 2011 si è svolto alle 16:30 nella suggestiva cornice offerta dal teatro Carignano.
Gustavo Zagrebelsky introduce una lectio magistralis di Paolo Mieli su Risorgimento e antirisorgimento.
Per analizzare il risorgimento italiano Mieli ha evidenziato le reazioni che questo ha suscitato negli italiani nei vari anniversari significativi evidenziando come solo di recente è possibile parlare serenamente di questo tema senza suscitare dibattiti irrisolvibili; socialisti e cattolici nel 1911 con comunisti e repubblicani poi nel 1961 hanno sempre avuto modo di ridurre l’enfasi sui festeggiamenti di questo importante anniversario senza mai riuscire a trovare una sintesi per un’Italia unita.
Solo negli anni 90 le cose sono cambiate grazie al lavoro di Scalfaro, Ciampi e Napolitano che hanno voluto richiamare forte l’attenzione su questo importante tema dando agli storici il coraggio di parlare serenamente di risorgimento e antirisorgimento.
Con una minuziosa ricostruzione storica Mieli ha evidenziato come i rapporti fra cattolici e risorgimento siano stati sempre in contrasto: dal Napoleone del triennio giacobino alle guerre d’indipendenza fino alla scomunica di Pio IX per chi andava a votare, le reazioni dei cattolici al risorgimento sono cambiate nel tempo fino a diventare di netto contrasto.
Nelle parole dello storico si è potuto scorgere un certo debole per la figura di Mazzini che a suo dire deve essere rivista, nel giudicare qualche suo fallimento strategico, tenendo conto della sua solitudine in esilio e degli agenti provocatori e degli “invasati” da cui era circondato: sfrondato da tali fattori, esogeni alla sua figura, il Mazzini si rivela una figura mite capace per primo di vedere con passione l’Italia unita.
Ora possiamo parlare di questi argomenti come questioni risolte a differenza di 50 anni fa grazie al lavoro di tante persone a cui un giorno dedicheremo piazze non meno meritate di quelle intitolate a Mazzini e Cavour perché hanno restaurato una storia fatta di chiaroscuri e “finchè non si raccontano tutti i chiaroscuri, una storia non può essere condivisa”.


La cultura davanti al potere: estremisti, moderati ed eretici

 

Per conoscere il pensiero politico dei giorni nostri, è importante conoscere i pensatori, italiani e internazionali, che ci hanno preceduto e apprendere l’eredità che ci hanno lasciato.
Oggi, alla Cavalerizza Reale, in via Verdi 9 a Torino, Franco Sborberi, professore di Filosofia politica, ha coordinato un incontro con quattro docenti di diverse discipline e Università italiane, che ci hanno esposto il pensiero di quattro personaggi importanti della storia del pensiero politico.
Francesco Tuccari, Professore di Storia delle Dottrine Politiche a Torino, ci ha parlato di Robert Michels, sociologo e politologo tedesco che, per primo, introduce la questione dell’oligarchia e della sua legge ferrea. Michels cerca di dimostrare in maniera definitiva come le tendenze dell’oligarchia costituiscano una legge delle organizzazioni umane, e lo fa studiando la struttura interna dei partiti socialisti in cui ha militato. Egli nota che c’è una tendenza verso questo sistema di governo in tutti i gruppi umani. Ogni organizzazione, anche se si espande nel tempo, nasce da un piccolo numero di persone. Il nucleo deve prendere decisioni efficaci ed efficienti, in breve tempo e non può sempre discutere su tutto con tutti i membri dell’organizzazione. Questo porta inevitabilmente a un’oligarchia. Anche la figura del leader è stata analizzata da Michels. Il risultato è che le masse sono apatiche, disinteressate al potere e, quindi, hanno bisogno di un leader. Quest’ultimo, a sua volta, non si vuole più separare dal potere. Michels afferma, quindi, che le democrazie contemporanee sviluppano tendenze oligarchiche che non possono essere superate.
Simona Forti, docente del Pensiero Politico Contemporaneo, espone, invece, il pensiero di Foucault. Quest’ultimo ci propone due tipi di intellettuali: quello universale e quello specifico. Il primo è il detentore di verità, conosce ciò che è giusto. Gli si contrappone il secondo, quello specifico, affermando che egli non deduce verità universali, ma che è consapevole che essa è prodotta da molteplici costrizioni. Parla di politica e fa politica.
In campo politico, l’eredità più importante che lasciata da Foucault è quella della possibilità di dislocare il potere, di cercarlo non solo nello Stato, ma nell’intero campo delle relazioni umane. Non va considerato solo come potenza del divieto, ma anche come qualcosa di positivo, come un’opportunità.
Alessandro Campi, docente di Storia all’Università di Perugia, ha portato il suo contributo esponendo il pensiero di Carl Schmitt, giurista e filosofo politico tedesco.
Schmitt era consigliere tecnico giuridico della Repubblica di Weimar, che voleva, proclamando lo stato d’emergenza, eliminare dallo scenario politico i comunisti e i nazisti. Con questi finì per allearsi, prima che mostrassero la loro forza militare e le intenzioni stragiste. Dal 1936 si staccherà però da questa corrente, perdendo i suoi ruoli nelle diverse cariche pubbliche, ma restando docente universitario. Dopo la II Guerra Mondiale, inizia a interrogarsi sulla natura del potere e sulla sua ascesa. Inizia per lui un’elaborazione della sua militanza nel partito nazista, chiedendosi che ruolo debba avere un intellettuale nei meccanismi del potere.
L’ultimo intervento è stato quello di Mario Dogliani, professore di Diritto Costituzionale, che ha proposto il pensiero di Hans Kelsen, giurista austriaco.
Kelsen scrisse diverse opere. Una delle più importanti è “La dottrina pura del diritto”. L’aggettivo “puro”, essenziale per capire l’intero pensiero di Kelsen, sta a indicare una dottrina né ideologica né empirica. Secondo Kelsen era necessario separare il diritto dalla natura da un lato, e dalla morale e dalla politica dall’altro. Kelsen arriva quindi alla conclusione che solamente se vengono attuate queste due separazioni si può ottenere una dottrina pura del diritto. Kelsen ci spiega, inoltre, che il diritto è un fatto sociale, un fenomeno che vive all’interno della società.


Ciao, Vittorio. In Piazza Castello, alle 19.30, per ricordarlo

Da poche ore è giunta la notizia sull’uccisione di Vittorio Arrigoni, cooperante e giornalista italiano rapito ieri nella Striscia di Gaza. Vittorio si è sempre battuto per difendere la vita di civili indifesi. Durante le fasi del bombardamento non ha esitato a fare da scudo umano alle ambulanze per evitare che venissero raggiunte dal fuoco israeliano. Ha viaggiato più volte sulle imbarcazioni del Free Gaza Movement per dimostrare l’assurdità dell’embargo imposto da Israele. E’ stato un esempio di informazione libera e indipendente. Vittorio Arrigoni era una persona a noi vicina. La sua voce ci ha aiutato a comprendere l’orrore che può generare l’odio. Questa sera, alle 19.30, in piazza Castello a Torino, ricorderemo Vittorio, come Acmos e come Salvagente, insieme a tutti coloro che vorranno esserci. I 400 ragazzi che stanno partecipando al Campus di Biennale Democrazia saranno presenti alla manifestazione. Sarà un momento di raccoglimento, leggendo i suoi articoli, stringendoci intorno ai suoi cari e a tutti coloro che, come lui ha fatto, si battono per la pace, la verità, la giustizia e i diritti umani.


Ciao, Vittorio


Da poche ore circolano notizie sul ritrovamento del corpo di Vittorio Arrigoni. La conferma l’abbiamo avuta ora, da una delle persone che ha condiviso con lui l’esperienza dell’inferno di Gaza. Quel fazzoletto di terra dimenticato dai più, difeso da Vittorio grazie alla forza della parola, con la presenza sul campo, proprio a Gaza. Vittorio, attivista per i diritti umani, da anni impegnato per dar voce ad un popolo dimenticato, è stato l’unico giornalista occidentale a raccontare i giorni dell’Operazione Piombo Fuso. Non era solo il megafono di quell’inferno. Vittorio si è sempre battuto per difendere la vita di civili indifesi. Durante le fasi del bombardamento non ha esitato a fare da scudo umano alle ambulanze per evitare che venissero raggiunte dal fuoco israeliano.Ha viaggiato più volte sulle imbarcazioni del Free Gaza Movement per dimostrare l’assurdità dell’embargo imposto da Israele. Un embargo che, senza entrare in analisi politiche, continua a generare fame e sofferenza. Effetti che colpiscono tutti gli abitanti di Gaza, in modo indiscriminato.

Vittorio Arrigoni è morto a 36 anni. Strangolato da un gruppo di estremisti salafiti nel tentativo di Hamas di liberarlo.

Vittorio Arrigoni era una persona a noi vicina. La sua voce ci ha aiutato a comprendere l’orrore che può generare l’odio.

Vogliamo salutare Vittorio ricordando l’obiettivo della sua azione quotidiana: “Restiamo umani”.


Processo alla Scuola

Oggi, 15 aprile 2011, alle ore 10.30, presso la Cavallerizza Reale, si è svolto il “Processo alla scuola”.
L’incontro si è svolto come un vero e proprio processo: l’accusa era presentata da Vittorio Campione, esperto di sistemi educativi, mentre si è occupato della difesa Girolamo De Michele, scrittore ed insegnante.
Come giudice e coordinatore dell’incontro presiedeva Andrea Bajani, scrittore.
A rompere il ghiaccio è stata l’accusa presentando i capi d’imputazione, ed è stata supportata dal perito di parte Rosario Drago e dalla testimone Martina Salemi. E’ stata sottilineata la necessità di un cambiamento alla base del modello educativo e del sistema scolastico, è stata criticata la gerarchia che viene riconosciuta nel senso comune secondo la quale i licei sono considerati al di sopra degli istituti professionali; l’accusa ha fatto notare la mancanza di una forma di orientamento che aiuti gli studenti ad indirizzare al meglio le loro potenzialità. Viene enunciata l’esistenza di una scuola che comprime le cose buone che possono esistere al suo interno, come insegnanti o studenti, che non possono agire all’interno di essa per cercare di modificarla in meglio. Tra le varie testimonianze è emersa la demotivazione e la mancanza di serenità che caratterizza l’ambiente scolastico, sia dalla parte di chi sta dietro la cattedra sia di chi sta dietro il banco. La scuola viene descritta come un’istituzione che non funziona da ascensore sociale ma sacrifica le eccellenze.
L’argomentazione della difesa si basa sul concetto secondo il quale la scuola dovrebbe essere sostenuta dalla società, cosa che invece oggi non avviene poiché ci troviamo a vivere in una società in cui “non conta la cultura ma conta il culturismo”. Viene promosso un ambiente cooperativo rispetto ad uno competitivo, oggi vengono notate le capacità visibili degli alunni senza valorizzare quelle che potrebbero essere potenzialità latenti. Le testimonianze del perito di parte Domenico Chiesa e del testimone Ovidio Piscariu, affermano che non è vero che la scuola è una scommessa mancata. Esistono ancora quegli insegnanti che riescono a farti vedere la possibilità di costruire un futuro. L’obiettivo da raggiungere secondo la difesa è il cambiamento della scuola in una istituzione che sia all’altezza di tutti e che possa diventare un vero e proprio laboratorio di democrazia.
Al termine delle argomentazioni di entrambe le parti, la giuria ha espresso il suo parere: la scuola è stata assolta dai capi d’accusa.
Della stessa posizione è stato, infine, il giudice che ha potuto esprimere il proprio pensiero: accusa e difesa stanno entrambe dalla stessa parte, in quanto durante la mattina si è svolto un incontro dialettico, un confronto che rispondeva alla domanda “Cosa vogliamo dalla scuola?”. Bajani sottolinea la necessità di imparare a porre domande “presuppone l’esistenza di un futuro”, per la scuola e per tutti noi.


L’Italia di Francesco De Sanctis: vizi e virtù degli italiani

 

 

Oggi, al Teatro Gobetti, il fondatore del quotidiano “La Repubblica” Eugenio Scalfari,coordinato da Gustavo Zagrebelzky, ha avuto l’arduo compito di illustrarci quali sono i vizi e le virtù del popolo italiano: lo ha fatto anche grazie all’analisi di Francesco De Sanctis, scrittore, critico letterario, politico, Ministro della Pubblica Istruzione e filosofo italiano del XIX secolo.

“De Sanctis –racconta Scalfari- era un personaggio curioso: egli non aveva un’idea politica, ma aveva un’idea culturale precisa del Paese. Egli dimostrò come la struttura della lingua sia fondamentale per il pensiero e per il carattere. La lingua è il pensiero che si articola in parole: l’articolazione in parole scioglie la confusione.

Qual è uno dei grandi vizi che caratterizza gli italiani?”. “ Viviamo -spiega Scalfari- in un paese emotivo, cediamo facilmente a moti emozionali. Noi italiani non seguiamo il processo, lo svolgersi delle situazioni, ci facciamo guidare dall’emotività: abbracciamo le idee in modo precario. Nel corso della giornata, emozione dopo emozione, l’italiano, che vive in un mondo emotivo, cambia più volte opinione”.

Menziona, a questo proposito, Francesco Guicciardini, storico, scrittore e politico italiano, vissuto in Italia a metà del 1500. Egli, già allora, aveva constatato, nella sua analisi dell’uomo italiano, questa caratteristica: Guicciardini viveva in un’Italia in cui erano presenti otto Signorie, che avrebbero potuto coalizzarsi per evitare la conquista del Paese da parte dello straniero. Erano ricche, avevano anche la capacità di governare: ma non lo fecero, perché questo voleva dire assumersi la responsabilità di tutti. Era meglio appoggiare il potente di turno. Guicciardini, già allora, aveva constatato che questo era un marchio che pesava sugli italiani, marchio di cui bisognava assolutamente disfarsi.

All’analisi dell’uomo italiano, Scalfari contrappone la storia de “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni, analizzata da De Sanctis. Anche Manzoni raccontò di questo marchio, ma lo fece attraverso una storia che tutti conosciamo, incentrando questa caratteristica nella figura di Don Abbondio.

Don Abbondio è una persona per bene, devota alla Chiesa. Si trovò in una situazione difficile, in cui si sentì minacciato dall’arroganza di Don Rodrigo e dei suoi bravi; nonostante questo, avrebbe potuto ugualmente celebrare il matrimonio di Renzo e Lucia, ma non lo fece. Don Abbondio, come tutti sappiamo, preferì allearsi con il più potente.

La situazione si ribaltò quando il Cardinale Federico Borromeo gli offì la sua protezione e benedizione: decise così di curare Lucia (che era stata rapita e poi liberata dall’Innominato) e la restituì alla madre.

L’uomo italiano, continua Scalfari, è quello che, come afferma Guicciardini, “pensa al suo particolare”, proprio come ha fatto Don Abbondio ne “I Promessi Sposi”.

Il fondamento del carattere italiano,però, resta caratterizzato dalla bontà, dalla fede: ma se viene investito di una responsabilità che va al di fuori del suo particolare, non è in grado.

Dobbiamo liberarci di questo marchio: solo così potremo avere uomini e donne che sapranno governare l’Italia, uomini e donne che non hanno solo interessi privati nello schierarsi dall’una o dall’altra parte, ma uomini e donne che credono nella politica e nella giustizia, che rispettano la nostra Costituzione, in modo particolare, cita Scalfari, l’Art. 54: […]”I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

 

 

 

 

 


Terre rubate

“Trenta giorni di nave a vapor”. Così inizia la canzone del Sirio, una ballata da osteria scritta per ricordare i cinquecento migranti piemontesi e lombardi morti al largo di Cartagena mentre cercavano di raggiungere le Americhe. Parte da questa storia langarola il fondatore di Slow Food Carlo Petrini per analizzare la crisi globale economica, alimentare e sociale. “Abbiamo la memoria corta – denuncia Petrini – le grandi migrazioni di massa ci hanno visto protagonisti fino a cento anni fa,  ma ancora oggi facciamo fatica a comprenderle e a tollerarle”. Fenomeni dei quali, secondo il fondatore di Slow Food, bisognerebbe indagare non tanto gli effetti e le soluzioni, ma piuttosto le cause che li hanno generati.

Sul banco principale degli imputati, l’attuale sistema alimentare che Petrini giudica criminale. Negli ultimi sessant’anni la percentuale di malnutriti è cresciuta del 360% mentre la popolazione mondiale è aumentata del 200%. Questo significa che la malnutrizione è cresciuta più che esponenzialmente rispetto all’andamento della popolazione

“Le responsabilità risiedono nel nostro modello di sviluppo”. Fmi e Banca Mondiale hanno imposto modelli di sviluppo insostenibili che si basano su tre elementi: il rafforzamento dell’agricoltura industriale per esportazione (cacao, caffè, cotone); l’abbandono delle campagne per industria manifatturiera nella città, la scomparsa dell’agricoltura di sussistenza.

Un’altra causa è rappresentata dalla perdita di fertilità dei suoli: “La terra è esausta” è il grido di allarme che arriva dai contadini africani. L’ultima responsabilità è di natura geopolitica e riguarda la compravendita del bene più prezioso per un popolo: la terra. Tra il 2008 e il 2009 sono stati venduti 45 milioni di ettari,  una superficie pari a una volta e mezza all’Italia. Tra i compratori si ritrovano Paesi preoccupati di non sostenere la crescita demografica, paesi con scarsa fertilità, gli speculatori e le imprese produttrici di agro-combustibili.

I modelli di risposta sono due: il primo è di tipo scientifico-tecnico e si basa su una green revolution transgenica che può attingere a grandi disponibilità economiche, il secondo parte dalla cooperazione di oltre 250 milioni di contadini e oppone al capitale economico quello sociale, un mix di giovani e nuove tecnologie. Contadini come quelli delle oasi marocchine che producono marmellate di datteri e zafferano e le vendono online in Europa. Una forma di economia legata al territorio fin dalle radici e che si contrappone alle false soluzioni dei grandi progetti di sviluppo finanziati dall’Occidente. Lo ha spiegato bene un contadino africano: “vengono a costruire una casa nelle nostre terre, ci impongono progetti di sviluppo e alla fine ci chiedono di che colore vogliamo la cucina”.

“Denunciare non basta – conclude Petrini – bisogna enunciare: a partire dai comportamenti individuali e dalle responsabilità individuali”.  L’accoglienza delle associazioni della città verso i migranti arrivati dal Magreb è l’èsempio concreto.