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CTP: il potere del sapere, della parola e della conoscenza

Alla Cavallerizza Reale sono state testimoniate esperienze di culture e vissuti particolari a cui noi , residenti del “nostro” paese, non siamo abituati .Siamo venuti a conoscenza della realtà dei CTP, Centri Territoriali Permanenti, il cui scopo è dare un’istruzione alle persone adulte in difficoltà, soprattutto a causa della lingua, delle tradizioni e della cultura, attraverso cui sperare un una vita migliore.L’incontro è stato organizzato da alcuni studenti dei CTP di Torino e provincia che hanno esposto le loro prospettive, attraverso video e letture, nel vivere in un Paese a loro ancora del tutto sconosciuto e a volte ostile, di cui vogliono far parte e alla cui crescita sociale vogliono contribuire,Il tema di fondo che ha accomunato tutti gli interventi è stato la centralità del diritto all’istruzione come chiave per usufruire degli altri diritti fondamentali, superare le difficoltà di integrazione e creare relazioni.

CTP di Settimo. Il video, già presentato nel contesto del 150° anniversario dell’Unità, in commemorazione di Giuseppe Mazzini, in un primo momento ha insistito sull’ articolo 26 dei Diritti dell’Uomo, che tratta l’istruzione pubblica gratuita e della sua qualità, in quanto necessaria al pieno sviluppo della Persona.A seguire hanno interpretato una giornata tipica dei loro corsi in cui risalta l’impegno da parte dei docenti nel superare alcuni ostacoli nell’ apprendimento della lingua .

CTP di Chieri. Attraverso delle diapositive hanno esposto due aspetti per loro fondamentali :

1. La lingua è il primo contatto ma anche un metro di giudizio forte per capire e farci capire, è un diritto e un dovere

2. Perdere la lingua significa perdere anche status, ruolo e identità . Trovarsi quindi nella condizione dell’eterno estraneo.

Hanno mostrato così quanto sia intimo il legame con la lingua parlata nel Paese in cui si vive, e quanto sia vitale farla propria.

CTP Castello di Mirafiori. Hanno declamato poesie scritte da loro dove emergono sentimenti contrastanti per la “Nostra” Democrazia: disillusione, preoccupazione per il futuro, rimpianto, ma anche speranza mai abbandonata nonostante le difficoltà.

CTP Saba. Ci hanno messo a conoscenza di diverse situazioni di disagio nei paesi d’origine che li hanno spinti a cambiare Paese e vita. L’hanno mostrato realizzando un tg con diversi servizi che riguardavano problemi attuali della loro terra d’origine.

CTP Parini: Si è narrata la storia di una coppia albanese e delle loro vicende legate al loro arrivo in Italia e all’impegno nella ricerca di un’integrazione attraverso l’apprendimento della lingua e la partecipazione.

CTP Giulio: L’integrazione è avvenuta tramite un percorso di conoscenza del territorio e dei luoghi di aggregazione al fine di sentirsi parte di una comunità e superare così la solitudine e l’isolamento dell’estraneità.

I CTP sono quindi un esempio di democrazia che include e integra culture e tradizioni diverse!

 

Valerio & Paolo


Il suono della democrazia – Daniele Silvestri, Giovanna Zucconi

 

Clima molto informale al teatro Carignano di Torino: due poltroncine, un tavolo e un pianoforte accolgono Daniele Silvestri e Giovanna Zucconi in occasione della serata intitolata “Il suono della democrazia”. L’atmosfera è quella di una chiacchierata in salotto, che assume i toni di un’intervista rivolta ad esplorare la storia della musica italiana e in particolare la “playlist democratica” preparata da Daniele Silvestri .

 

“Nei testi delle canzoni oggi viene sottovalutata la forza delle parole che un tempo riusciva a coinvolgere un maggior numero di cittadini i quali si identificavano in una sola voce.”

 

Si va dagli Inti Illimani a Frankie Hi NRG, da Gaber a Caparezza: proprio a quest’ultimo Silvestri riconosce il merito di essere oggi il cantante che meglio interpreta la “canzone di protesta” italiana.

L’attenzione è rivolta verso quelle canzoni di denuncia che in particolare parlano della democrazia e del “sentirsi” italiani. Attraverso la musica la riflessione attraversa le problematiche della società e della politica democratica, interrogandosi in particolare del significato di Unità d’Italia dopo i suoi primi 150 anni.

 

“Oggi la consapevolezza da parte dei cittadini è poca, quindi è difficile creare delle aspettative in questa Italia. Mentre un tempo una canzone poteva diventare un simbolo di libertà e protesta oggi è tutto molto più complicato.”

 

“Un tempo si provava vergogna a mentire, oggi invece la menzogna è diventata un modello.”

 

La forza della serata è il clima leggero e informale che si crea all’interno del magnifico teatro, creando un legame stretto con il pubblico che partecipa con molto interesse.

 

Chiara e Roberto

 


La mappa del potere in Italia: chi realmente ci governa?

Al Teatro Gobetti di Torino, il professor Tito Boeri dell’Università Bocconi e Gianni Dragoni, giornalista de “Il Sole 24 ore”, moderati da Lorenzo Fazio, uno dei fondatori de “La Voce”, hanno illustrato i problemi che l’Italia vive dal punto di vista economico.
L’economia italiana da molto tempo non cresce più, non riesce a rinnovarsi e i due ospiti hanno provato a spiegarne il perché.
Boeri ha definito le due classi che, nel nostro Paese, governano l’Italia: la classe politica e la classe manageriale. Entrambe costituiscono la classe dirigente, classe che potrebbe far lievitare la nostra economia, che potrebbe far uscire l’Italia dal pantano.
Illustrando le caratteristiche della classe politica, emergono dati interessanti: ogni parlamentare riceve, come base, uno stipendio di 160 mila euro. Lo stupore cresce quando, a questo dato, Boeri ne accosta altri degni di nota. Innanzitutto, in Italia, solo i due terzi dei parlamentari sono laureati, mentre negli Stati Uniti, i dottori sono quasi la totalità. Inoltre, questa percentuale, a casa nostra, sta costantemente diminuendo.
Continuando a paragonare la nostra situazione con quella degli Stati Uniti, emergono altre differenze: negli USA non sono previsti stipendi extraparlamentari, mentre in Italia sì. In più, se nella metà degli anni ’80 i membri del Congresso guadagnavano di più dei nostri parlamentari, quest’ultimi, dal 1985 in poi, sono riusciti ad aumentare il proprio stipendio, superando così gli americani.
Un altro dato che appesantisce la situazione è quello del numero delle poltrone del nostro Parlamento: sono troppe, afferma il professor Boeri. 952 su oltre 60 milioni di abitanti. Siamo il paese, tra le democrazie di tutto il mondo che, ha la classe politica proporzionalmente più numerosa.
Oltre a un costo, forse eccessivo, per le finanze del nostro paese, avere molti parlamentari non permette un’accurata selezione e rende più complessa ogni decisione.
Parlando poi della classe manageriale, il quadro che propone il professore non è dei più confortanti: in Italia, più che negli altri paesi europei, è possibile essere assunti dalle grandi imprese solo tramite canali informali, soprattutto tramite legami familiari.
Questo porta a delle conseguenze: non c’è una giusta selezione e, inoltre, se il manager non lavora come dovrebbe e non raggiunge gli obiettivi dell’organizzazione, non viene comunque licenziato, perché “di famiglia”.
Un altro elemento da non trascurare è la modalità con cui i manager italiani utilizzano il loro tempo: nell’arco di una settimana, in media, un manager occupa più di una giornata lavorativa con un politico o un membro della sfera pubblica.
Molti manager entrano anche nella sfera politica, quasi il 25%. Questo porta a un problema serio: non c’è infatti una buona selezione nella scelta, né del politico né del manager.
Come si può ridurre questo problema? In che modo è possibile cambiare questo sistema chiuso e autoreferenziale?
Innanzitutto – propone Boeri – bisogna ridurre il numero dei parlamentari e optare per diverse leggi elettorali. Inoltre, continua il professore, le imprese si devono “internazionalizzare” di più: restando sempre a gestione familiari, non permettono l’entrata di capitale straniero. Non c’è contendibilità: le imprese maggiormente internazionalizzate sono invece le più efficienti.
Come ultima proposta, Boeri sottolinea la divisione delle carriere: chi fa parte del mondo politico non può far parte anche di quello manageriale, e viceversa. Questo intreccio eccessivo è alla base dei nostri problemi economici.
Anche Dragoni si accoda alle affermazioni del professor Boeri: il capitalismo italiano è caratterizzato da relazioni, il merito è poco preso in considerazione.
E’ un piccolo mondo che non cresce.
Durante il dibattito una studentessa di Economia e Commercio si è alzata chiedendo al professor Boeri: “Ma se questo è un sistemo chiuso, basato solo sulle conoscenze e non sul merito, che spazio avremo noi giovani?”
Boeri ha ammesso che è un sistema difficile da cambiare, ma è comunque possibile: il consiglio è quello di impegnarsi, di studiare e perseverare, ma prima di tutto, intervenire in tutti i campi, soprattutto nell’ambito pubblico, l’ambito delle nostre istituzioni.

 


Terre rubate

“Trenta giorni di nave a vapor”. Così inizia la canzone del Sirio, una ballata da osteria scritta per ricordare i cinquecento migranti piemontesi e lombardi morti al largo di Cartagena mentre cercavano di raggiungere le Americhe. Parte da questa storia langarola il fondatore di Slow Food Carlo Petrini per analizzare la crisi globale economica, alimentare e sociale. “Abbiamo la memoria corta – denuncia Petrini – le grandi migrazioni di massa ci hanno visto protagonisti fino a cento anni fa,  ma ancora oggi facciamo fatica a comprenderle e a tollerarle”. Fenomeni dei quali, secondo il fondatore di Slow Food, bisognerebbe indagare non tanto gli effetti e le soluzioni, ma piuttosto le cause che li hanno generati.

Sul banco principale degli imputati, l’attuale sistema alimentare che Petrini giudica criminale. Negli ultimi sessant’anni la percentuale di malnutriti è cresciuta del 360% mentre la popolazione mondiale è aumentata del 200%. Questo significa che la malnutrizione è cresciuta più che esponenzialmente rispetto all’andamento della popolazione

“Le responsabilità risiedono nel nostro modello di sviluppo”. Fmi e Banca Mondiale hanno imposto modelli di sviluppo insostenibili che si basano su tre elementi: il rafforzamento dell’agricoltura industriale per esportazione (cacao, caffè, cotone); l’abbandono delle campagne per industria manifatturiera nella città, la scomparsa dell’agricoltura di sussistenza.

Un’altra causa è rappresentata dalla perdita di fertilità dei suoli: “La terra è esausta” è il grido di allarme che arriva dai contadini africani. L’ultima responsabilità è di natura geopolitica e riguarda la compravendita del bene più prezioso per un popolo: la terra. Tra il 2008 e il 2009 sono stati venduti 45 milioni di ettari,  una superficie pari a una volta e mezza all’Italia. Tra i compratori si ritrovano Paesi preoccupati di non sostenere la crescita demografica, paesi con scarsa fertilità, gli speculatori e le imprese produttrici di agro-combustibili.

I modelli di risposta sono due: il primo è di tipo scientifico-tecnico e si basa su una green revolution transgenica che può attingere a grandi disponibilità economiche, il secondo parte dalla cooperazione di oltre 250 milioni di contadini e oppone al capitale economico quello sociale, un mix di giovani e nuove tecnologie. Contadini come quelli delle oasi marocchine che producono marmellate di datteri e zafferano e le vendono online in Europa. Una forma di economia legata al territorio fin dalle radici e che si contrappone alle false soluzioni dei grandi progetti di sviluppo finanziati dall’Occidente. Lo ha spiegato bene un contadino africano: “vengono a costruire una casa nelle nostre terre, ci impongono progetti di sviluppo e alla fine ci chiedono di che colore vogliamo la cucina”.

“Denunciare non basta – conclude Petrini – bisogna enunciare: a partire dai comportamenti individuali e dalle responsabilità individuali”.  L’accoglienza delle associazioni della città verso i migranti arrivati dal Magreb è l’èsempio concreto.


Le parole della politica nell’era del Grande Fratello

Gian Luigi Beccaria apre la conferenza parlando di un Italia dove non si pensa più insieme, ma contro, dove i politici distruggono il programma degli altri invece che costruire il proprio, dove, citando Zagrebelski, il politicamente corretto è diventato il dileggio.

La neolingua della politica che da il titolo all’incontro è una lingua arricchita di parole popolari, registri informali. Solo alcuni tra gli esempi: “Non arrivare alla fine del mese” “ Tirare per la giacca”

Sempre più frequente, poi, è l’utilizzo di parole “sottilmente perverse”, sia a sinistra che a destra: “Mettere le mani nelle tasche degli italiani” è un’espressione che descrive un cittadino che non si sente partecipe del bene comune pagando le tasse, anzi deve difendersi. Ed è sempre in quest’ottica che viene utilizzato il termine scudo fiscale, che rimanda alla protezione da uno Stato nemico. Lontane sono le parole di Padoa Schioppa “che bello pagare le tasse”.

Sono passate anche le espressioni prudenti della Dc: cauta sperimentazione, progresso nella continuità, fino all’estrema convergenze parallele. O le parole tipiche del sinistrese: portare avanti la lotta, presa di coscienza,  impegno teorico, crescere nella prassi, far esplodere la contraddizione.

Con la Seconda Repubblica il linguaggio politico deve essere capito dalla gente, si deve lasciare perdere ogni formalismo, a trionfare è il vivace e il popolaresco, il cosiddetto gentese. Ma la semplificazione in politica non è sempre sintomo di sincerità e trasparenza: la necessità di persuadere può portare a un uso spregiudicato della parole, si pensi all’uso di termini come comunismo, democrazia, liberismo, libertà.

Diceva Agostino: “il linguaggio non è fatto per ingannare, ma per portare a conoscenza degli altri i propri pensieri.”

È proprio questo utilizzo distorto della parole che può rovinarle per sempre. Le parole con cui si è mentito molto possono diventare false. Si pensi al nazismo che ha utilizzato visione del mondo, spazio vitale, soluzione finale: è ora impossibile ripulirle del sangue e della sporcizia.

Oggi con la tv a venire sfruttata è l’ossessiva ripetizione della parole, che vengono assimilate dagli spettatori.

Questa deriva del linguaggio guidata da Berlusconi e dal partito dell’amore, ha trascinato anche la sinistra.

Vittorio Coletti con il suo intervento si chiede se in questo momento nel nostro Paese sia possibile usare una lingua neutra, civile, misurata.

Attraverso alcuni articoli sul Corriere della Sera di De Bortoli, Battista, Franco, Coletti sottolinea la ricerca di una neutralità che però si percepisce più nella forma che nei contenuti. Sembra davvero difficile un discorso politico pacato in un Paese che vede contrapposte due parti in quella che Curzio Maltese definisce una guerra civile fredda . Tra talk show aggressivi e opinionisti esasperati pare lontano un dibattito civile e rispettoso.

Ma la speranza è che la politica italiana sappia riappropriarsi di un linguaggio adeguato, che rappresenti il dialogo e il confronto.

Alice