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Le parole della politica nell’era del Grande Fratello

Gian Luigi Beccaria apre la conferenza parlando di un Italia dove non si pensa più insieme, ma contro, dove i politici distruggono il programma degli altri invece che costruire il proprio, dove, citando Zagrebelski, il politicamente corretto è diventato il dileggio.

La neolingua della politica che da il titolo all’incontro è una lingua arricchita di parole popolari, registri informali. Solo alcuni tra gli esempi: “Non arrivare alla fine del mese” “ Tirare per la giacca”

Sempre più frequente, poi, è l’utilizzo di parole “sottilmente perverse”, sia a sinistra che a destra: “Mettere le mani nelle tasche degli italiani” è un’espressione che descrive un cittadino che non si sente partecipe del bene comune pagando le tasse, anzi deve difendersi. Ed è sempre in quest’ottica che viene utilizzato il termine scudo fiscale, che rimanda alla protezione da uno Stato nemico. Lontane sono le parole di Padoa Schioppa “che bello pagare le tasse”.

Sono passate anche le espressioni prudenti della Dc: cauta sperimentazione, progresso nella continuità, fino all’estrema convergenze parallele. O le parole tipiche del sinistrese: portare avanti la lotta, presa di coscienza,  impegno teorico, crescere nella prassi, far esplodere la contraddizione.

Con la Seconda Repubblica il linguaggio politico deve essere capito dalla gente, si deve lasciare perdere ogni formalismo, a trionfare è il vivace e il popolaresco, il cosiddetto gentese. Ma la semplificazione in politica non è sempre sintomo di sincerità e trasparenza: la necessità di persuadere può portare a un uso spregiudicato della parole, si pensi all’uso di termini come comunismo, democrazia, liberismo, libertà.

Diceva Agostino: “il linguaggio non è fatto per ingannare, ma per portare a conoscenza degli altri i propri pensieri.”

È proprio questo utilizzo distorto della parole che può rovinarle per sempre. Le parole con cui si è mentito molto possono diventare false. Si pensi al nazismo che ha utilizzato visione del mondo, spazio vitale, soluzione finale: è ora impossibile ripulirle del sangue e della sporcizia.

Oggi con la tv a venire sfruttata è l’ossessiva ripetizione della parole, che vengono assimilate dagli spettatori.

Questa deriva del linguaggio guidata da Berlusconi e dal partito dell’amore, ha trascinato anche la sinistra.

Vittorio Coletti con il suo intervento si chiede se in questo momento nel nostro Paese sia possibile usare una lingua neutra, civile, misurata.

Attraverso alcuni articoli sul Corriere della Sera di De Bortoli, Battista, Franco, Coletti sottolinea la ricerca di una neutralità che però si percepisce più nella forma che nei contenuti. Sembra davvero difficile un discorso politico pacato in un Paese che vede contrapposte due parti in quella che Curzio Maltese definisce una guerra civile fredda . Tra talk show aggressivi e opinionisti esasperati pare lontano un dibattito civile e rispettoso.

Ma la speranza è che la politica italiana sappia riappropriarsi di un linguaggio adeguato, che rappresenti il dialogo e il confronto.

Alice


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